Cooperare, un comune destino

Noi e loro. Noi europei, noi italiani, noi donne e uomini di un mondo occidentale, sviluppato, evoluto, ricco, super tecnologico. Loro. Loro africani, arabi, abitanti delle savane, del sub Sahara, delle foreste equatoriali, donne e uomini in fuga dalle carestie, dalle guerre, dalla fame e dal sottosviluppo.

Noi e loro, questo il paradigma di una relazione che in questi termini appare falsa, malata e soprattutto sterile. Noi abitanti dell’emisfero boreale amiamo dividerci al “loro” riguardo tra buonisti ed egoisti senza renderci conto che entrambe le posizioni sono accomunate da una sostanziale pretesa di superiorità, di malcelato paternalismo, da uno sguardo che si posa su di loro per valutare di volta in volta se meritano un aiuto, un’assistenza, un’incursione colonialpredatoria o in alternativa, come scriveva Fukuyama, la gentile esportazione dei nostri modelli di democrazia e di governo.

Mai pensiamo a questo rapporto come a quello fra pari, come a quello tra esseri che hanno bisogno gli uni degli altri per crescere, svilupparsi, costruire un futuro di equilibrio e di speranza. Il discorso vale, con minori varianti anche per i nostri rapporti con i Paesi dell’Asia Centrale, del subcontinente indiano o dell’America Latina.

Certo si, dirà, la differenza tra il nostro livello di sviluppo ( e di potere) economico, finanziario, industriale, tecnologico e militare è incomparabilmente più elevato e dunque perché non dovremmo prendere semplicemente atto di questa realtà? Perché non dovremmo essere soddisfatti di questa situazione e magari limitarci a costruire qualche pozzo o qualche ospedale segno della nostra splendida generosità?

Se però guardiamo oltre i luoghi comuni non possiamo fare a meno di notare alcuni segnali che dovrebbero ridimensionare almeno un po’ le nostre certezze: secondo i dati del Fmi l’Africa, in aggiunta ad immense ricchezze minerarie in parte non ancora esplorate, ha oggi un tasso di crescita del Pil mediamente superiore al 5% (in alcune sue regioni è superiore al 7%) mentre l’Europa arranca tra l’1% e il 2%. I nuovi mega trend rivelano una crescita per l’Africa di 5,4 trilioni di dollari entro il 2025, i suoi volumi commerciali triplicheranno entro il 2030, le importazioni saliranno del 60% entro il 2020.

Secondo le stime Onu da qui al 2050 la popolazione Europea scenderà dagli attuali 719 milioni a 653milioni di abitanti mentre quella africana raddoppierà dagli attuali 984 a 1 miliardo e 803 milioni. Metà della popolazione africana si trasferirà nei centri urbani e il 58% sarà nel pieno dell’età lavorativa. Attualmente il livello di welfare europeo è garantito da un debito pubblico che appare difficilmente sostenibile nel medio periodo ed in ogni caso è un dato che i Paesi più indebitati della Terra (Usa, Giappone, Italia) sono tutti occidentali. Avremo a breve una popolazione più vecchia, più ridotta e più indebitata e dunque in prospettiva più fragile e sfibrata.

Siamo proprio sicuri che non guarderemo nel 2050 (forse anche prima) con altri occhi ad un continente africano ricco di energia, risorse e una popolazione ansiosa di accedere ad un più alto livello e qualità di vita? Gli squilibri di oggi rischiano di essere capovolti domani, le ingiustizie di oggi rischiano di essere la fonte di nuovi drammatici conflitti domani. Questo è già quello che ci ha insegnato la storia del 900. Sapremo imparare dai nostri errori?

Perché da qui a trent’anni il nostro Continente riesca ancora a guardare con fiducia al proprio futuro è oggi che bisogna agire. La parola cooperazione non riguarda solo l’odierna capacità di prestare assistenza al continente nero ma è anche la condizione senza la quale la nostra vecchia e amata Europa rischia di trovarsi marginalizzata, avvizzita, irrilevante e irrimediabilmente impoverita sullo scenario mondiale, incapace di cogliere la grande occasione di porsi come partner di quello che è il suo più vicino e naturale compagno di strada: l’Africa appunto.

Non deve sorprendere che la Cina abbia già intuito le grandi potenzialità e stia impegnandosi in un programma di investimenti industriali senza precedenti nel continente africano. Se dunque vogliamo essere della partita, se vogliamo che le nostre imprese partecipino a questo momento di svolta della storia del nostro pianeta, se vogliamo porre le premesse perché i rapporti futuri siano improntati a giustizia ed equità e non trovarci invischiati in un conflitto permanente così come è avvenuto (e in parte ancora oggi avviene) nel periodo post-coloniale dobbiamo dare spazio alla cooperazione.

Va però cambiato il significato comunemente accettato di questa parola: da sinonimo di attività assistenziale (per non dire in certi casi persino caritatevole o filantropica) deve diventare una strategia mirata a consolidare la crescita economica, la stabilità, un progetto di politica finanziaria e industriale, una maggiore trasparenza politica e democratica, la riduzione dei conflitti militari, l’adozione di politiche ambientali coerenti con gli standard volti a contenere i cambiamenti climatici.

Gli investimenti fatti in nome delle politiche di cooperazione non possono risolversi in interventi spot, incapaci di incidere ed avere impatto sulle condizioni economico sociali, ma devono diventare parte di una più ampia strategia di crescita concordata con le autorità e le popolazioni locali. E’ necessario adottare strumenti di misurazione dell’impatto che i progetti di cooperazione sono capaci di generare sul terreno; tra questi la capacità di generare utili economici delle iniziative imprenditoriali nelle quali dovranno essere necessariamente coinvolti quei giovani africani dotati di spirito di iniziativa che oggi vengono a rischiare la vita sui barconi nel Mediterraneo e a marcire nei Cie.

Rendere profittevoli le iniziative economiche significa garantire loro durata nel tempo. Il Governo dei mille giorni è stato l’unico (e unico!) fino ad oggi nella storia repubblicana a vedere il proprio Presidente del Consiglio a visitare i Paesi dell’area sub-sahariana, dal Senegal, al Kenia, all’Angola… Bisogna dare continuità a questa azione sviluppando le strutture della nostra Agenzia per la Cooperazione e lo Sviluppo e dando continuità alle nostre relazioni politiche e industriali.

Le nostre Ong, con la loro conoscenza profonda di quesi territori devono essere coinvolte a pieno titolo in una strategia di ampio respiro. Esse possono dare un grande contributo contro l’assistenzialismo e la corruzione che sono le vere malattie endemiche che minacciano il futuro del continente. Infine bisognerà avere l’intelligenza di smetterla con questa stupida guerra ai migranti economici: bisogna piuttosto ripristinare la nostra capacità di regolamentarne i flussi nella consapevolezza che molti migranti sono necessari a rinvigorire alcune delle nostre attività economiche ormai anemiche ed esangui perchè abbandonate innanzitutto dagli italiani e al tempo stesso consentire a chi viene a lavorare da noi di ritrovare periodicamente la strada di casa perché solo in tal modo quel periodo di lavoro svolto da noi diventerà anche un aiuto alla loro crescita e alla loro economia.

Senza dimenticare che anche le rimesse monetarie dei migranti ai Paesi d’origine sono una fonte importantissima e ben mirata per lo sviluppo delle loro comunità di provenienza. Insomma una cooperazione internazionale moderna e ben organizzata può contribuire a trasformare un’immensa e biblica tragedia in una straordinaria occasione di crescita e sviluppo. Anche per noi. Noi e loro, ancora una volta, accomunati da un comune destino.

Contributo del giorno 20 luglio 2017 per #Democratica    –> http://www.unita.tv/opinioni/cooperare-un-comune-destino/