COP 21: cambiamenti climatici e politiche di contrasto

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Oggi in Senato abbiamo approvato la mozione n. 441 (testo 3) a prima firma della senatrice Puppato del PD.

Questi i principali impegni per il nostro Governo:

  • attivarsi affinché alla conferenza di Parigi sia approvato un accordo globale giuridicamente vincolante;
  • promuovere in sede europea il raggiungimento della neutralità emissiva entro il 2100 e forme di fiscalità ambientale;
  • favorire la transizione verso un sistema energetico più sicuro e sostenibile;
  • adottare una nuova politica energetica, a ridurre incentivi e sussidi all’uso di combustibili fossili e a definire una road map di decarbonizzazione;
  • sostenere, compatibilmente con le esigenze di finanza pubblica, la ricerca scientifica entro il programma europeo Horizon 2020;
  • favorire la filiera nazionale delle tecnologie ecosostenibili;
  • favorire la diffusione dell’uso di gas naturale; a realizzare politiche dei trasporti efficienti;
  • rendere permanenti le misure per l’efficienza energetica degli edifici;
  • favorire la trasformazione a verde pubblico delle aree urbane degradate e dismesse;
  • promuovere iniziative per scorporare le spese di risparmio energetico dalle regole sul pareggio di bilancio;
  • favorire lo sviluppo di piani regionali e locali di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici.

La mozione votata incorpora poi gli impegni, presenti nella mozione di CR, relativi al centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici e alla trasformazione a verde pubblico delle aree urbane degradate e dismesse, mentre ha accettato parzialmente le mozioni di SEL, M5S, LN e FI-PdL.

Qui il testo.

Di seguito, il testo del discorso tenuto dal Ministro Galletti prima del voto sulla mozione:

Signor Presidente, onorevoli senatori, sapete che lunedì si è aperta ufficialmente la XXI Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, da cui l’acronimo COP21.

Alla cerimonia hanno preso parte 150 Capi di Stato e di Governo provenienti da tutto il mondo e in quella sede sono emerse significative indicazioni che lasciano sperare in un esito positivo dell’accordo sul clima. Credo infatti che dai rappresentanti dei maggiori Paesi emettitori di gas serra siano giunte dichiarazioni importanti sulla possibilità di raggiungere quello storico accordo che tutti si attendono alla fine della COP21.

Desidero citare due degli interventi, quelli che più mi hanno colpito e che più ci fanno oggi sperare in un esito positivo della COP21. Vi leggo testualmente la dichiarazione del presidente Obama: «Noi siamo la prima generazione a subire l’impatto del cambiamento climatico e l’ultima a poter fare qualcosa». «Sono venuto qui» – ha aggiunto il presidente Obama – «come leader della più grande economia e del secondo Paese più inquinante del mondo». Questo è un riconoscimento molto indicativo della responsabilità che gli Stati Uniti si assumono verso tutto il mondo.

Altrettanto significativa è stata l’affermazione del Presidente cinese, che ha sottolineato lo sforzo del suo Paese, annunciando che gli impegni ecologici saranno in cima all’agenda dei prossimi piani pluriennali.

Credo che queste due dichiarazioni ci indichino la strada della trattativa che COP21 sta prendendo, che è sicuramente positiva. Certo, la sfida che ora ci aspetta nei prossimi dieci giorni è quella di trasformare queste parole in atti concreti.

C’è una grande differenza tra le conferenze globali che si sono tenute fino ad oggi e quella che si sta svolgendo a Parigi, in quanto c’è una sensibilità che è cresciuta nel mondo e a dimostrazione di ciò citerò due dati. L’Annesso I del Protocollo di Kyoto, contenente l’impegno a ridurre le emissioni, fu sottoscritto da Paesi che, in totale, rappresentavano il 12 per cento delle emissioni di CO2. L’Italia fu tra quei Paesi, pochissimi che cominciavano a capire l’importanza di combattere i cambiamenti climatici. A Parigi hanno già dato la propria disponibilità, attraverso la presentazione di piani volontari di riduzione di CO2, più di 160 Paesi – per la precisione 163 – che rappresentano il 96 per cento degli emettitori di CO2.

Questa è la fotografia della differenza tra Kyoto 1997 e Parigi 2015.

Questo dato ci dice essenzialmente due cose: in primo luogo, che la coscienza ambientale, nel nostro pianeta, è cresciuta a dismisura. Oggi, relativamente ai temi ambientali, c’è da parte di tutti una assunzione di responsabilità e il senso di dover fare qualcosa ed adottare misure per cominciare a combattere i cambiamenti climatici vi è poi un aspetto altrettanto importante. A Kyoto, nel 1997, quei pochi Paesi pionieri che si impegnarono alla riduzione di CO2 vennero criticati, forse anche con qualche ragione, perché vincolavano le proprie economie e le rendevano meno competitive rispetto alle altre ed infatti, quei Paesi rinunciarono ad una parte della loro competitività, sia pure in ragione di un grande valore come la protezione dell’ambiente. Oggi questo non capita più; anzi, oggi è il contrario: oggi tutto il mondo va verso quella direzione.

Parigi dal punto di vista economico non sarà più un vincolo ma una grande opportunità, perché tutti i Paesi andranno verso quella economia. Non si torna più indietro. Dobbiamo capire questo. Al di là del dibattito un po’ stantio tra negazionisti e allarmisti, comunque Parigi rappresenta una linea di demarcazione tra una vecchia ed una nuova economia. Questo, al di là di quello che sarà il risultato di Parigi, è chiaro a tutti: l’economia del XXI secolo sarà profondamente diversa dell’economia del Novecento perché avrà come obiettivo, come faro principale, il rispetto per l’ambiente. È chiaro a tutti che, da oggi in poi, le politiche ambientali verranno considerate al pari delle politiche relative a qualsiasi altro fattore della produzione presente all’interno di un’azienda e un elemento principale delle politiche pubbliche diventeranno.

L’Italia si presenta a Parigi, alla COP21, all’interno del grande accordo stipulato ad ottobre 2014, sotto la Presidenza italiana del Consiglio europeo di Matteo Renzi; un accordo molto virtuoso, che l’Italia ha fortemente voluto e che è un esempio per tutti gli altri Paesi. Quell’accordo ci impegna, in maniera vincolante e giuridica, a ridurre le emissioni di CO2 entro il 2030 di almeno il 40 per cento rispetto al 1990 e ci impegna ancora a raggiungere ambiziosi target nell’utilizzo delle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica. Si tratta di un obiettivo molto forte che tutta l’Europa si è data, ripeto, in maniera vincolante con il burden shaning, per cui ogni Paese avrà un proprio obiettivo nazionale e chi non lo rispetterà sarà soggetto al sistema delle sanzioni europee.

Noi portiamo questo a Parigi, insieme con l’esperienza di questi anni perché, come ho ricordato, siamo tra i Paesi sottoscrittori di Kyoto e i compiti a casa li abbiamo fatti. In questi anni, in ragione del protocollo di Kyoto, una parte della strada l’abbiamo già percorsa: abbiamo ridotto le emissioni di oltre il 20 per cento. Per il raggiungimento dell’obiettivo del 40 per cento si terrà quindi conto anche del percorso fatto finora. Abbiamo anche sviluppato tecnologie e pratiche industriali che all’epoca forse ci sono costate e sono state un vincolo, ma oggi possono diventare, in questa nuova economia ambientale, un grande fattore di sviluppo e di esportazione.

Vi sono alcuni punti che, ad oggi, rimangono sospesi e che bisogna ancora risolvere, e questo è questo il compito della COP21 e di questa ultima parte del negoziato. Anzitutto, il tema della differenziazione, un tema aperto, sul quale la COP21 dovrà essere molto, molto chiara.

Sappiamo che c’è un tema, già presente in tutti i negoziati precedenti, di differenziazione e di responsabilità fra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. Quello che noi chiederemo, come Europa e come Italia, è una differenziazione dinamica che tenga conto, nel corso dello svolgimento e della messa in pratica del protocollo, della situazione vera dei Paesi, perché, da qui al 2100, ci saranno Paesi che oggi sono in via di industrializzazione ma che fra qualche anno saranno industrializzati quanto noi. Occorre allora che il protocollo, man mano che verrà monitorato e costantemente aggiornato, tenga conto della nuova realtà che si viene a creare. Questo è un tema aperto, su cui la nostra posizione è chiara: sì alla differenziazione, ma deve essere una differenziazione dinamica. Questo è importante, perché sapete che i Paesi sviluppati sono i Paesi donatori, cioè quelli che si impegnano, con trasferimenti di risorse e di tecnologia, in favore dei Paesi in via di sviluppo.

L’altro tema è come arrivare alla neutralità carbonica al 2100. Noi siamo per arrivarci secondo una traiettoria precisa, cioè delineando già dall’inizio in maniera virtuosa quali sono gli step, da qui al 2100, per poter arrivare a quell’obiettivo; altri Paesi invece si limitano solo ed esclusivamente all’enunciazione finale.

Credo che questi punti, che sono i punti aperti sui quali la discussione sarà molto intensa, siano importanti quanto l’obiettivo. Sappiamo tutti che l’obiettivo che ci siamo dati a Parigi 2015 è quello di limitare il surriscaldamento del pianeta sotto i due gradi. Attenzione: questo è già un punto di mediazione, che si è trovato a Copenaghen qualche anno fa, ed è un dato importante riconosciuto da tutti i Paesi. Altrettanto importante però sarà la governance del processo che Parigi stabilirà. Parigi non inizia e finisce a Parigi: Parigi inizia a Parigi e continuerà per sempre. Il sistema con il quale condurremo in porto i risultati che stabiliamo a Parigi è allora importante quanto i risultati stessi. Vi invito a pensare che lì ci sono 193 Paesi che si impegnano, in maniera diversa, con atti diversi e con responsabilità diverse. Bisogna allora che ci sia una governance che preveda un monitoraggio costante dell’azione che i Paesi fanno al loro interno, al fine di verificarla in maniera trasparente; bisogna che ci siano dei set di informazioni paragonabili fra di loro, perché ogni Paese possa confrontare con gli altri Paesi quello che sta facendo e possa renderlo noto. Questo è importante. Non solo, ma, visto che è un processo che durerà fino al 2100, il monitoraggio, che noi proponiamo sia triennale o quinquennale, deve essere l’occasione anche per rivedere l’obiettivo. Dicevo prima che l’obiettivo di almeno due gradi è un obiettivo concordato, ma non ancora sufficiente. Questo lo penso fortemente: l’obiettivo di almeno due gradi non ci esime ancora dal rischio che i cambiamenti climatici comportano. È ancora poco. Ci sono Paesi – penso alle piccole isole – che con i due gradi comunque non si salvano; noi sappiamo che dovrebbe essere almeno un grado e mezzo. Noi, come Paese, diremo che l’obiettivo che abbiamo stabilito, e che rappresenta una mediazione fra tutti i Paesi, sia almeno quello dei due gradi, ma chiederemo comunque che all’interno dell’accordo ci sia anche l’accenno ad un grado e mezzo, che può essere il nuovo obiettivo che, nel corso del tempo e nel corso dei monitoraggi, stanti gli obiettivi già raggiunti e le nuove tecnologie disponibili sul mercato, può diventare il vero obiettivo finale. Anzi, io dico che deve diventare l’obiettivo finale.

Noi andiamo a Parigi e siamo riconosciuti in quel contesto come uno dei Paesi più virtuosi, che più ha insegnato agli altri e che più ha dato il buon esempio; credo che questo sia un titolo di forte merito del nostro Paese.

Io vi chiedo di essere chiari negli obiettivi della mozione che esprimerete oggi, perché saranno un valido contributo a me, ai negoziatori e ai parlamentari che saranno presenti a Parigi, per condurre questa trattativa nel migliore dei modi possibili.

Photo credit: Josh Haner New York Times